Il gesto è lo stesso

Il caffè non è una bevanda. È una responsabilità.

Avevo sei o sette anni. Volevo servire il caffè a mia madre. Non arrivavo ai fornelli. La moka bolliva. L’ho presa lo stesso. Me la sono rovesciata addosso.

Per giorni sono rimasto a letto con le pomate. Mi è andata bene. Non sono rimasto sfigurato. Da allora ho capito una cosa: il caffè non è una bevanda. È una responsabilità.

Quando beviamo una tazza di caffè dovremmo immaginare tutto quello che c’è dietro: le mani che lo coltivano, le mani che lo raccolgono, le mani che lo tostano. Una tazza di caffè ben lavorata diventa un rito.

Può essere nel deserto. In una fabbrica. In un ufficio. Cambia il luogo. Non cambia il senso.

Nella mia bottega il gesto è lo stesso per tutti. Ho servito Papi. Ho servito operai. Ho servito persone che avevano solo due euro in tasca.

Una volta mi sono persino dimenticato di consegnare il caffè al Papa. Ero al mare. Mi hanno chiamato: “Roberto, il caffè per il Papa non c’è.” Ho mandato i ragazzi in torrefazione a portarlo su.

Perché forse, con leggerezza, servo tutti nello stesso modo. Non esistono clienti importanti. Esistono persone.

Quando qualcuno entra in bottega non voglio fare io il caffè. Voglio insegnarglielo. Prendi il portafiltro così. Non toccare la parte cromata. Senti il peso. Guarda la crema. Ascolta il suono. Annusa prima ancora di guardare.

Il caffè non va forzato. Non va violentato. Va accompagnato.

Io non faccio caffè. Creo relazioni, usando il caffè.

E torneranno le botteghe. Torneranno. Perché dietro ogni negozio c’è un mondo fatto di persone, amore e passione.

Via Cesare Battisti, 7, Torino, Italia

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